E lo sbatto non me lo paghi?
Gennaio 30th, 2026 by IntersezioneUna conversazione con me stesso riguardante la deriva capitalista nei contesti delle feste e in spazi di tempo libero. Come i servizi deformano la bellezza del mutuo appoggio, della rete comune e dell’affronto complice a ‘sta società dimmerda.
Partirei da un presupposto.
Il lavoro salariato è una merda, sotto tutti i punti di vista.
Sposta il “cosa voglio fare della mia vita” in un “cosa devo fare della mia vita” e non ho tanta voglia di argomentare come io non “devo” (“non dovrei” per lo meno) un cazzo.
Poi va beh l’alternativa a volte sembra essere quella di smettere di mangiare o di sperare di avere un tetto quindi sento forte questo “devo”.
Se un giorno la mia passione dovesse diventare il mio lavoro… sarebbe un problema.
Nel giro di 10 giorni mi dimenticherei che quello che faccio lo faccio per piacere e non costretto da un sistema che ha bisogno di produrre per chi ha già tutto o per produrre tanto per consumare.
E quindi daje a cercare il lavoro meno peggio nel tentativo di salvaguardare la mia passione, la musica, che in un contesto lavorativo diventerebbe senza ombra di dubbio un prodotto.
Nel contesto artistico soprattutto cosa distingue creare arte dal creare un prodotto per il consumo?
Se vediamo l’arte come il rapporto di condivisione tra artista (o chi guarda) e l’opera d’arte, probabilmente mancherebbe proprio quel rapporto con l’artista in quanto la creazione dell’opera è condizionato da “doveri” esterni al bisogno della creazione stessa o dalla alienazione al successo come dominio.
Probabilmente anche no, ma la creazione intensiva per bisogno economico, l’industrializzazione e standardizzazione dei processi creativi sono una costante, sia nei piccoli gruppi cittadini sia nei più grandi sforna artisti globali.
Poi senza dubbio si può vedere comunque arte ovunque, c’é a chi interessa da dove viene una certa opera, chi la lega all’artista in maniera indissolubile (e se di mezzo c’é effettivamente un supporto all’artista, il legame c’é e basta, inutile girarci attorno) e chi no.
Solo i tuoi occhi vedranno se l’opera che hai davanti crea con te quel solito legame usa e getta sciupa cervello riempi tasche o un’effettiva connessione cosciente, che non è da etichettare per forza come una connessione necessariamente cambia-vita. Anche la leggerezza può essere cosciente.
Ma appurato che il lavoro fa schifo e definizioni di Arte a parte (che meriterebbe un discorso molto più approfondito)… provo il forte sentimento negativo nel vedere come in certe situazioni, soprattutto quelle compagne, sia normale imporre un prezzo d’ingresso (dobbiamo parlare anche delle tessere?) in un contesto di festa, tempo libero o svago.
Da una parte ci sono tutti quei locali o fiere comunali che sembra quasi inutile prendere in considerazione. Spazi che offrono un servizio con l’obiettivo di prosciugare le tasche di chi consuma dal principio, ovvero all’ingresso, fino alla fine della serata, attraverso drink, gadget o attività.
Spazi che si coprono di belle intenzioni come promuovere la cultura o offrirti la serata della tua vita con l’incredibile DjTettePene che ti verrà piazzata di fronte al muso mentre balli per permetterti di idolatrarlo.

(Qua per leggere un piccolo fumetto sui DJ e gli idoli di “Ishkur”)
Però sono quelle promesse che nemmeno ascolti. Lo sai tu, lo sanno loro, che queste belle intenzioni sono fuffa. Lo sai che andando in quelle serate o fiere supporti quei capoccia che non vedono l’ora di vederti tirare fuori il portafoglio o il cellulare per fomentare l’egomania di qualcun. Che distruggono l’idea di tempo libero, di svago, di festa come riunione di persone a cui piace stare insieme per il piacere di stare insieme. I servizi trasformano quelle esperienze di crescita possibili all’interno di spazi o laboratori in esperienze simulacro.
Che merda i servizi… però sono comodi, eh? Maledetta comodità.
Più gli altri fanno qualcosa per noi, più noi perdiamo controllo sulle nostre vite. Più le nostre vite verranno rese conformi a qualcun che non siamo noi.
“Eh ma è grazie ai servizi che abbiamo la possibilità di non occuparci di ogni cosa ma di fare quello che ci piace”
Ma vaffanculo, anche qua non argomenterò.
Però cosa dire di tutti quegli spazi compagni, socialmente attivi e anti-capitalisti che accettano il compromesso con lo stato e aprono quel localino che necessita di una registrazione, di un pagamento di tessera e un ingresso?
Eh, sbatta… è un compromesso con lo stato, è un compromesso con la libertà, è un’incoerenza con la lotta.
Possiamo metterci a contare le incoerenze nella lotta che tutt noi abbiamo, notare che ce ne sono tantissime e poi chiederci cosa fare di queste incoerenze… fregarcene perché tanto siamo tutt incoerenti o scavare tutte le nostre incoerenze, ipocrisie, una per una, sradicando le nostre radici dalla terra del capitalismo e del dominio?
Alzo le mani nei confronti dei gruppi che non possono fare a meno di scendere al compromesso, non tutt abbiamo le stesse libertà, no? La linea per distinguere chi effettivamente si adagia nella comodità del compromesso e chi se ne ritrova prigioniero è sottile, ma la differenza è enorme.
Vorrei condividere qua un estratto de “L’alba del nulla” all’interno de “La nuova guerriglia urbana” di “Cospirazione delle Cellule di Fuoco“:
“Anche l’arte alternativa promossa dalla sottocultura apparentemente dissidente, in realtà funziona solo come valvola di decompressione. I suoi messaggi apparentemente sovversivi e il suo carattere non conformista e poco pericoloso, non sono altro che una ‘libertà’ offerta dal sistema che così produce la propria forma di dissidenza. In questo modo la può assimilare molto facilmente, convertendola nel consumo di film alternativi, di musica alternativa e di svago alternativo. In poche parole, è lo stesso sistema che offre un modo già preconfezionato per rifiutarlo, ma senza che si vada a disturbarlo o a costruire una minaccia per esso.”
E aggiungerei anche che continuando a utilizzare (da partecipanti e da organizzatori) questi spazi come valvola di decompressione, togliamo presenza all’interno di quegli spazi che resistono grazie al costante presidio e alle attività. E si svuotano, si dimenticano perché “tanto abbiamo tal locale, non è un grande problema” e finiscono sgomberati.



Non credo ovviamente questo sia l’unico motivo per cui questi sgomberi hanno successo, credo sia una parte molto influente.
Comunque spesso in questi spazi non troviamo un’effettiva assenza di ingressi a pagamento o in generale una gestione a mio avviso onesta nei confronti delle persone vivono e condividono con te quello stesso spazio autogestito.
Io percepisco questa scorrettezza negli ingressi perché non mi sembra tanto diverso da privatizzare una piazza per il concerto di Manu Chao durante “Effetto Venezia” a Livorno o il concerto dei CCCP a Bologna o un chiudere paese per una fiera di artisti di strada come a Pennabilli.
Perché quello è: “hai 5 euro da darmi? Se non li hai o non me li vuoi dare, non entri.”
Crei un tetto di merito e buuuh il merito, buuuh l’elitarismo.
Per essere più chiaro, io credo ci siano 1000 motivi per evitare di creare una situazione standard, un prezzo comune e universalizzato e bensì di creare una situazione dove chi organizza mostra i motivi per cui si vogliono raccogliere dei soldi e chi partecipa sostiene una determinata causa nel modo in cui riesce o vuole.
Che sia benefit, che sia autofinanziamento.
Oh, anche questa distinzione è importante. Benefit è una raccolta fondi per terzi, tipo per pagare spese legali o mandare soldi a una causa come può essere quella palestinese. Autofinanziamento è una raccolta per sé, per rientrare dalle spese o per comprare un nuovo furgone.
Chi avrà modo di donare 5 euro lo farà, chi 2 euro idem, chi 20, chi magari nulla.
“Però noi dobbiamo campare, abbiamo bisogni di soldi”
Dobbiamo divulgare che supportare economicamente (purtroppo?) è importante e, insieme, lasciare la libertà alle persone di supportare come meglio credono… le offerte sincere hanno benefici inimmaginabili, sia per chi offre sia per chi accoglie l’offerta.
Offrire ciò che si ha, che si può, che si vuole, ti fa sentire parte di qualcosa e non meritevole.
Costruisce connessione, condivisione, rete e sento che è un modo molto potente per affrontare la repressione.
Viva l’offerta consigliata, libera e consapevole!
Poi parlare di ingresso e spazi è una cosa… parlare delle offerte consigliate davanti al cibo, alle bevande e alle nostre autoproduzioni può sembrare più difficile, un’utopia quasi… ma non è così impossibile, provateci!
Vi lascio con uno scambio tra Lenin e Machno:
“Voi anarchici scrivete e pensate al futuro, siete incapaci di pensare al presente.” “Noi siamo immersi nel presente ed è attraverso di esso che noi cerchiamo di avvicinarci al futuro, al quale, è vero, noi pensiamo. E noi pensiamo molto seriamente.”